Punti chiave:
Il testo critica analisi del rischio cyber apparentemente corrette, che non si traducono in decisioni ingegneristiche né nella manutenzione del prodotto. Mostra un cambiamento di paradigma verso un approccio basato sul rischio nel reale contesto d’uso e lungo l’intero ciclo di vita.
- Una tipica “valutazione del rischio cyber” finisce spesso per essere una tabella low/medium/high: conforme ai requisiti di compliance, ma senza alcun impatto sull’architettura del prodotto né sul supporto.
- L’approccio dell’UE (CRA, MDR, regolamento macchine 2023/1230) sposta la questione sulle condizioni d’uso e sul controllo del rischio nel ciclo di vita.
- La valutazione del rischio di un prodotto non è un’analisi IT, un pentest né l’implementazione della ISO 27001; riguarda la capacità del prodotto e del produttore di mantenere la sicurezza nel tempo.
- La vulnerabilità (ad es. CVE) è un difetto tecnico; il rischio del prodotto deriva dal contesto d’uso, dall’integrazione, dai comportamenti degli utenti, dalla gestione delle patch e dalla risposta agli incidenti.
- Misure di sicurezza scelte in modo inadeguato possono aumentare il rischio: MFA in OT, aggiornamenti automatici in IoMT, la chiusura delle interfacce in IoT creano nuovi vettori e effetti collaterali.
Nella stragrande maggioranza delle aziende tecnologiche esiste già un processo noto come valutazione del rischio cyber. Di solito assume la forma di una tabella molto estesa, di una matrice complessa o di un foglio di calcolo dominato dai valori “low”, “medium” e “high”. Questo documento contiene un lungo elenco di minacce generiche, brevi descrizioni di potenziali vulnerabilità e un set di misure di controllo standard. Dal punto di vista formale, tutto torna: il documento è completo, firmato dal management e archiviato in modo sicuro.
Il problema è che, nella pratica ingegneristica, quel documento non cambia assolutamente nulla.
Non incide sull’architettura del dispositivo in progettazione. Non orienta la decisione su come distribuire gli aggiornamenti. Non modifica il modello di assistenza post-vendita e non rivede i rapporti con i fornitori di componenti. È un documento corretto sul piano della compliance, ma del tutto irrilevante per la reale cybersecurity dei prodotti. Non è però colpa di una mancanza di competenze nei team di ingegneria o di security. È un problema di punto di partenza, sbagliato alla radice.
La maggior parte delle analisi di rischio tradizionali parte dalla domanda: “Quali minacce possono verificarsi?”. Nel frattempo, il nuovo approccio regolatorio dell’Unione Europea – chiaramente visibile in atti come il Cyber Resilience Act (CRA), nelle direttive mediche (MDR) o nel nuovo regolamento macchine 2023/1230 – impone una prospettiva completamente diversa. Si parte dalla domanda:
In quali condizioni d’uso il prodotto può diventare un vettore di rischio per l’utente, per il sistema o per il mercato – e il produttore è in grado di controllare tale rischio lungo l’intero ciclo di vita?
È un cambiamento di paradigma fondamentale. La valutazione del rischio cyber nel contesto del prodotto non è semplicemente l’ennesima analisi delle minacce dell’infrastruttura IT. Non è nemmeno un penetration test né l’applicazione meccanica delle linee guida della norma ISO 27001. È un’analisi approfondita della capacità del prodotto stesso, e del suo produttore, di mantenere la sicurezza nel tempo, in un ambiente operativo reale.
Vulnerabilità tecnica e rischio di prodotto – una distinzione nella cybersecurity
Perché la valutazione del rischio smetta di essere solo una tabella “da ufficio” e diventi uno strumento decisionale per l’ingegneria, dobbiamo separare con precisione due concetti che sul mercato vengono spesso confusi. Ricordiamolo: una vulnerabilità non equivale al rischio di prodotto.
- Vulnerabilità tecnica è un errore specifico e identificabile nel software, nella configurazione hardware o nel progetto stesso. Può trattarsi di una validazione dei dati non corretta, di una libreria di sviluppo obsoleta o di una falla nel meccanismo di autenticazione. Errori di questo tipo vengono registrati in basi dati come il sistema CVE (Common Vulnerabilities and Exposures). Ma si tratta comunque di una valutazione esclusivamente tecnica.
- Rischio di prodotto emerge solo quando la vulnerabilità citata (o persino la sua temporanea assenza) viene calata nella dura realtà d’uso.
Questo contesto include molte variabili: l’ambiente di lavoro (rete aperta o isolata), il modo in cui avviene l’integrazione con altri sistemi, i comportamenti degli utenti, la disponibilità degli aggiornamenti di sicurezza (il cosiddetto patch management) e la capacità organizzativa del produttore di reagire agli incidenti.
Un prodotto può non avere alcuna vulnerabilità nota il giorno del lancio e, nonostante ciò, generare un rischio critico se chi lo realizza non dispone di processi di supporto nel lungo periodo. Comprendere questa differenza mette ordine in tutto il lavoro ingegneristico. È proprio su questo che si basa l’approccio basato sul rischio (risk-based approach). Le misure di sicurezza devono essere proporzionate agli scenari di abuso prevedibili, non a un elenco astratto preso da internet.
Il paradosso delle protezioni: quando la sicurezza aumenta il rischio in IT e OT
Nella progettazione della cybersecurity si dà spesso per scontato che aggiungere un nuovo “lucchetto” riduca sempre il rischio. La pratica mostra che può accadere esattamente il contrario. Una misura implementata senza comprendere il contesto crea nuovi vettori di minaccia.
1. Autenticazione forte in ambiente industriale (OT)
Immaginiamo di introdurre l’autenticazione a più fattori (MFA) su una macchina industriale. Dal punto di vista IT è un passo esemplare, ma la cybersecurity nell’automazione industriale è una realtà completamente diversa. In fabbrica il dispositivo lavora 24/7 e gli interventi di assistenza avvengono sotto pressione, con tempi stretti. Quando la rete non funziona, il tecnico non può autorizzare il token online. La produzione si ferma. Il risultato? Un cliente frustrato disattiva definitivamente quel meccanismo, aggirando del tutto la protezione. La misura che doveva proteggere ha generato un enorme rischio operativo.
2. Aggiornamenti automatici nei dispositivi medici (IoMT)
La correzione rapida delle vulnerabilità riduce al minimo l’esposizione agli attacchi: nel mondo IT è la norma. Tuttavia, nel settore dei dispositivi medici, un aggiornamento forzato durante una procedura può modificare il comportamento del sistema o interrompere la comunicazione con la rete ospedaliera. In questo caso, una protezione tecnologica genera un rischio clinico e regolatorio critico (violazione della certificazione MDR).
3. Chiusura delle interfacce nei dispositivi consumer (IoT)
Il produttore rimuove fisicamente dal dispositivo smart home le porte diagnostiche locali, per rendere più difficile l’accesso agli hacker. Nella pratica, i centri di assistenza autorizzati iniziano a diagnosticare i guasti tramite interfacce instabili, aggirando la cifratura, e gli utenti avanzati installano in massa software modificato (custom firmware). Il risultato è la perdita totale, da parte del produttore, del controllo sul proprio ecosistema.
Una vera analisi del rischio cyber chiede: “Come cambieranno stabilità, usabilità e sicurezza dell’intero ecosistema dopo l’introduzione di questo specifico meccanismo?”.
I 5 errori più comuni nell’analisi del rischio dei prodotti tecnologici
Valutando i processi nelle aziende che immettono sul mercato elettronica e software, gli esperti di cybersecurity osservano schemi ricorrenti.
- Copiare il modello dell’IT corporate nel mondo dei prodotti. Un prodotto non è un data center. Opera in un ambiente sconosciuto, spesso offline, configurato da persone non esperte. Applicare strumenti IT all’analisi di un prodotto porta a ignorare problemi chiave: il ciclo di vita del dispositivo e l’assenza di aggiornamenti forzati.
- Analizzare minacce astratte invece di scenari reali. Inserire in tabella formule come “accesso non autorizzato” è analiticamente inutile. L’analisi deve basarsi su elementi concreti: Chi? Attraverso quale interfaccia? Con quale obiettivo? Con quali conseguenze?
- Ignorare il ciclo di vita del prodotto (End-of-Life). L’analisi del rischio di solito riguarda il momento del lancio. In realtà, il rischio cresce nel tempo: le librerie open-source invecchiano e i fornitori di componenti terminano il supporto. Senza considerare un modello di manutenzione, l’analisi è fuorviante.
- Isolarsi dal team di progettazione (R&D). Trattare la valutazione del rischio come una checklist pre-audit è la strada più rapida verso il disastro. I risultati devono tornare agli ingegneri come requisiti architetturali vincolanti (Secure by Design).
- Feticizzare la tecnologia a scapito delle procedure. Le aziende investono una fortuna in crittografia avanzata, ma non sanno chi, in azienda, sia responsabile del rilascio di una correzione di sicurezza (patch) dopo la segnalazione di una vulnerabilità da parte di un ricercatore (Vulnerability Disclosure Program).
Come svolgere un’analisi conforme al Cyber Resilience Act? 7 passi ingegneristici
La valutazione del rischio cyber deve smettere di essere un peso burocratico. Di seguito trovi un modello operativo di mercato, allineato all’approccio dell’Unione europea (incluse, tra le altre, le prescrizioni del CRA).
- Definisci i confini del prodotto. Un prodotto non è solo hardware. Include anche l’app mobile, il cloud, i server OTA e le interfacce API.
- Descrivi la dura realtà dell’ambiente d’uso. Non descrivere un ambiente di laboratorio. Rispondi alle domande sulla connettività reale a Internet, sulle competenze degli utenti e sulle possibilità di accesso fisico al dispositivo.
- Identifica gli scenari di abuso (Threat Modeling). Metti da parte elenchi generici. Usa metodi e strumenti ingegneristici collaudati di stima del rischio per concentrarti su vettori di attacco precisi, adattati al tuo settore.
- Quantifica le conseguenze non finanziarie. Valuta il rischio di fermo produzione, i pericoli per la salute o la violazione di obblighi regolatori.
- Poni la domanda sul controllo. Come produttore, sei in grado di prevenire, rilevare e reagire rapidamente allo scenario di abuso identificato?
- Progetta meccanismi di protezione proporzionati. Le decisioni su cifratura o segmentazione della rete devono derivare direttamente dalle risposte fornite nei passaggi precedenti.
- Progetta il processo di mantenimento (Lifecycle). Documenta la policy di rilascio delle patch di sicurezza, il periodo di supporto e i canali di comunicazione con il cliente.
Conclusione: cosa dovrebbe restare dopo una valutazione del rischio fatta seriamente?
L’esito di una corretta valutazione del rischio di cybersecurity del prodotto non dovrebbe mai essere un poema denso di testo per l’auditor. Da questo lavoro devono emergere artefatti tangibili: una mappa chiara dei confini del sistema, decisioni architetturali vincolanti in R&D, un budget approvato per la politica di aggiornamento e una traccia di audit coerente che dimostri la conformità alle direttive dell’Unione europea.
Un’organizzazione tecnologicamente matura non chiede più: “Siamo sicuri al 100%?”. Piuttosto chiede: “Dove, esattamente, siamo esposti e siamo in grado di gestirlo nel tempo?”.
Il tuo prodotto è pronto per le nuove normative?
La sicurezza è un processo, non un certificato “una tantum”. Se non vuoi che la valutazione del rischio nella tua azienda resti solo “carta e burocrazia”, conviene muoversi in modo proattivo. Scopri come preparare concretamente il prodotto al Cyber Resilience Act (CRA) negli anni 2026-2027, prima che vengano pubblicate le norme armonizzate ufficiali.
Valutazione del rischio cyber dei prodotti: perché la maggior parte delle analisi di sicurezza è apparentemente corretta, ma nella pratica inutilizzabile?
Perché di solito soddisfa i requisiti di compliance, ma non incide sulle decisioni ingegneristiche: architettura, aggiornamenti, assistenza post-vendita né relazioni con i fornitori. Di conseguenza è formalmente corretta, ma praticamente irrilevante.
Non da un elenco di pericoli astratti, ma dalle condizioni d’uso in cui il prodotto può diventare un vettore di rischio e dal fatto che il fabbricante sia in grado di controllare tale rischio lungo l’intero ciclo di vita. Questo approccio è coerente con la prospettiva regolatoria visibile, tra l’altro, nel CRA, nel MDR e nel regolamento macchine 2023/1230.
Una vulnerabilità tecnica è un difetto specifico nel software, nella configurazione o nella progettazione (ad es. una lacuna nell’autenticazione) e può essere registrata, ad esempio, come CVE. Il rischio del prodotto emerge solo nel contesto dell’uso reale, dell’integrazione, dei comportamenti degli utenti, della disponibilità degli aggiornamenti e della capacità del produttore di reagire.
No: un meccanismo scelto male può aumentare il rischio, perché crea nuovi vettori di problemi operativi. Gli esempi nel testo mostrano che l’MFA in OT, gli aggiornamenti automatici in IoMT o la “chiusura” delle interfacce nell’IoT possono portare ad aggirare le misure di sicurezza oppure a rischi operativi e normativi.
Si tratta, tra l’altro, di copiare il modello IT corporate nel mondo dei prodotti, di basarsi su generalità invece che su scenari (“chi, come, per cosa e con quale risultato”) e di trascurare il ciclo di vita e le problematiche di End-of-Life. Il risultato è un’analisi che non indica decisioni progettuali reali né azioni di manutenzione.